Se oggi dovessimo indicare una data di nascita del cinema d’animazione moderno credo che nessuno avrebbe dubbi nell’indicare il 15 giugno 1994, giorno in cui fu distribuito per la prima volta “Il Re Leone”, un film rivoluzionario che ha segnato un’epoca, tanto da essere considerato il “primo della sua specie”. In realtà “The Lion King” è stato il 32° film targato Walt Disney, nonostante questo presentava delle caratteristiche che fecero da spartiacque del cinema d’animazione: dalla nuova tecnica 3D usata per le animazioni alla storia affascinante e travolgente capace allo stesso tempo di intrattenere, divertire e far apprendere lo spettatore, pilastri su cui Walt Disney ha poi basato ancora di più il suo lavoro da qui in poi.

Tralasciando le intenzioni, dettate dalla sola brama di soldi, che hanno portato la casa del topo ( Walt Disney, ndr) alla produzione del remake del Re Leone ( e di cui ci occuperemo in futuro), in questo articolo ci limiteremo a parlare della versione del 2019.                                                                                                                 Il film è diretto da Jon Favrau, che aveva già fatto un lavoro stupefacente con “Il libro della Giungla” e guardando il re leone indubbiamente il cineasta francese si è ripetuto con un’altra grande direzione azzeccando quasi tutte le scelte registiche del film. Diciamo anche che sbagliare era abbastanza difficile dato che la trama e l’evolversi dei fatti segue quasi totalmente in maniera molto fedele il prodotto originale, lasciando intatte le linee guida e ripercorrendo la stessa storia del primo. Il Re Leone di Favreau, a differenza di altri remake in live action Disney come Aladinn, si prende però qualche licenza in più sulla storia introducendo delle differenze narrative che seppur minime apportano un effetto notevole sull’atmosfera e sulla storia in generale, chiaro esempio è la scena inedita in cui Nala scappa dalla rupe dei re per cercare aiuto, rischiando di essere scoperta da uno Scar sempre più tiranno e salvata in extremis dall’intervento di Zazu(nell’originale Nala si allontana dal branco per cacciare e incontra Simba), questa scena rende l’atmosfera ancora più cupa: la paura di essere scoperta di Nala e l’atteggiamento irrequieto di Scar pronto ad attaccare chiunque contrasti il suo potere rendono l’idea di un regno del terrore, dominato da timori e violenza, sentimenti che non vengono così marcati nel prodotto del ’94. Ancora altra aggiunta di Favreau è stato l’interesse di Scar verso Sarabi (moglie di Mufasa), a rimarcare ancora di più l’immagine di un despota violento che vuole impadronirsi di ogni cosa con la forza. Queste due“licenze” sulla storia originale, insieme alle altri presenti, sono la vera linfa di questo film perché aggiungono qualcosa facendoci vivere delle emozioni in più rispetto al prodotto originale, inoltre l’effetto ottenuto, ovvero quello di incupire e increspare l’atmosfera rendendola più tesa si abbina perfettamente alla grafica più realistica, portando il film su un piano più empatico e rendendolo, in un certo senso, più vicino alla vita di tutti i giorni.                    Il personaggio di Scar è sicuramente quello più “cambiato”, raffigurato davvero come un vero cattivo non solo nelle intenzioni e non più con gag divertenti come quella in cui obbliga Zazu a cantare nel primo film, ma attraverso comportamenti e pensieri degni di un cattivone da Thriller. Nonostante questo il re leone di Favreau risulta privo della potenza delle animazioni in troppe scene, in troppi momenti la tecnologia del live action non riesce, per forza di cosa, ad esprimere la magia del primo film, su tutte la scena più deludente è l’apparizione di Mufasa tra le nuvole, uno dei momenti più toccanti del primo film: la vista dell’immagine del volto lucente di Mufasa che si staglia tra le nuvole della notte mentre parla al figlio sul lago, recitando parole quasi bibliche e la corsa finale di simba a rincorrere lo sfumarsi del volto del vecchio re è qualcosa di epico, entrato a far parte della cultura e del genoma umano per l’eternità: una vera pietra miliare del cinema d’animazione pregna di fortissime emozioni, al contrario nella versione moderna si intravedono solo dei nuvoloni con dei lampi e credo onestamente che abbiano fatto il massimo che potessero! A dimostrazione del fatto che il cinema d’animazione è un’arte che permette di esprimersi in dei modi che toccano una sensibilità tutta diversa arrivando a delle emozioni che solo l’animazione può dare.

Il Re Leone 2019 è un buon film che riporta in auge un classico intramontabile, la regia di Jon Favrau è impeccabile ma se la resa live action da un lato regala grandi di momenti di fotografia naturalistica e scene dall’alto effetto visivo, donando al film un nuova identità, dall’altro non tiene il passo all’animazione mancando troppe volte di quella potenza visiva che porta con se un messaggio tutto diverso e che non ha paura di far ritornare bambini.

Ultima menzione al doppiaggio con Marco Mengoni e Elisa, rispettivamente Simba e Nala, i quali pur non essendo dei doppiatori di professione hanno dimostrato una grande attitudine con un risultato di alto livello. Luca Ward nelle corde di Mufasa era la scelta più giusto e l’unico forse al momento attuale a poter raccogliere l’eredità di Gassman, anche Massimo Popolizio (Scar) ha interpretato e vestito bene i panni del cattivo, su questultimo avrei preferito però la prima voce che era stata scelta in precedenza nel primo trailer, ovvero quella di Simone D’Andrea (voce già di Hitachi Uchiha in Naruto), nonostante il timbro molto diverso dall’originale Scar, avrebbe potuto regalare al personaggio una sfumatura più subdola arricchendone la caratterizzazione, che sarebbe così stata più in linea al personaggio considerando l’atmosfera generale del film.

G.S.

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