Il nono film di Quentin Tarantino ha sicuramente suscitato un enorme interesse nel pubblico, come del resto praticamente ogni azione del celebre cineasta americano, diventato oramai un’icona del cinema mondiale. C’era una volta a Hollywood rappresenta uno dei lavori più significativi della filmografia tarantiniana, un film profondamente diverso dai suoi predecessori e che quasi non sembra essere neanche un film di Tarantino, forse per questo, parte della critica e del pubblico vi si è scagliata contro, definendolo un film sul nulla, senza trama e noioso; io credo che questa parte di critica abbia profondamente torto e di seguito vi spiego perché.

C’era una volta a Hollywod non racconta una storia ma uno spaccato di vita quotidiana ed in quanto tale al suo interno trovi di tutto: da Sharon Tate che passa davanti al cinema in cui proiettano il suo film, a Cliff (brad Pitt) che dà da mangiare al suo cane. Ciò che però rende speciale la vita quotidiana raccontata da Tarantino è il modo in cui viene narrata: il regista infatti crea un’atmosfera leggera e dolce allo stesso tempo, all’interno della quale prende vita un personaggio “dannato” come Rick Dalton, ancora innamorato del suo lavoro da attore ma che combatte contro una carriera ormai in declino. A risplendere più di tutti nella pellicola è però, senza dubbio, Sharon Tate che diventa l’immagine della felicità, in ogni scena ha un sorriso più grande di quella prima e porta con se un alone di allegria e leggerezza che inevitabilmente causa nello spettatore un pizzico di malinconia. Sicuramente una delle scene più belle è quella di Sharon Tate che guarda il suo film nascosta tra il pubblico di un cinema e sorride quando capisce che il film, e soprattutto lei, piacciono alla gente, questa più di tutte descrive forse quell’atmosfera di dolcezza sopracitata. E’ vero però che queste sfumature sono difficili da cogliere se prima di entrare in sala non si conoscono le vicende del tragico assassinio di Sharon Tate ad opera della setta di Charles Manson, è infatti questa premessa che ti porta a sorridere quando sorride Sharon e ad essere felice quando lei è felice, è questo a dare al film quella sensazione di effimera e fuggevole felicità mista alla malinconia di un finale segnato dalla violenza. In questo contesto i personaggi della storia svolgono semplicemente le loro vite mostrandoci quelli che sono i loro sogni, i loro rimpianti e soprattutto, come nel caso di Rick Dalton e Cliff Buth, la loro rassegnazione, questi ultimi due fanno da contrasto alle figure di Sharon Tate e Roman Polasky, come a simbolizzare le differenze tra realtà e sogno, perché Tarantino in questo film fa proprio questo: crea un ricordo che strada facendo diventa un sogno.

Tanti sono i rimandi nella pellicola al cinema di Sergio Leone e ai tanto famosi spaghetti western, dalle continue battute che gli rivolge Rick Dalton al modo in cui il film è girato, con lunghe sequenze concentrate su particolari e momenti di assoluto silenzio in cui a parlare sono solo le espressioni degli attori; insomma dal punto di vista tecnico Tarantino è ancora una volta inattaccabile, il lavoro dietro la macchina da presa è assoluto. Oltre ai richiami a Sergio Leone, molte scene sono costruite con grande maestria, una su tutte la scena di cliff al ranch della Mason Family quando cerca il suo vecchio amico e proprietario del ranch George, la scena è un susseguirsi di tensione con un’atmosfera che diventa sempre più densa anche grazie ad un grande prova di Brad Pitt.

Questa volta il regista re del pulp si è cimentato in qualcosa di diverso, Once upon a time in… Hollywood è un film diverso da tutta la filmografia di Tarantino, un film che non ha quasi una trama ma che vive di vita propria perché sorretto dall’idea di ridare vita ad un personaggio e ad un’epoca ormai passata, facendolo questa volta in un modo soave ed elegante, senza schizzi di sangue o budella per terra.

Ciliegina sulla torta del film è sicuramente il finale, il vecchio Quentin ci ha da sempre abituato al suo caro revisionismo storico, così dopo una storia di dolcezza non poteva non mettere il suo zampino anche qui, continuando a far vivere il sogno di Sharon Tate. L’ultima scena in particolare racchiude una grande potenza metaforica, infatti dopo che Cliff, il suo cane ed un assurdamente ubriaco Di Caprio munito di lanciafiamme hanno “revisionato” la storia facendo fuori gli spietati omicidi della setta di Manson, lo stesso Rick Dalton si trova davanti al cancello di Sharon Tate, intento a spiegare ad uno dei suoi amici quanto era appena accaduto, quando all’improvviso dal citofono i due sentono la voce di Sharon e li per la prima volta Rick parla con la sua vicina di casa. La scena ha tutt’altro significato, quella voce così sottile sembra quasi provenire da un altro mondo e il cancello che si apre per far entrare Rick Dalton nella villa sembra quasi l’ingresso verso il paradiso; la cinepresa si sposta verso l’alto quasi a voler sbirciare la vita di Sharon Tate, quasi a voler sognare che in qualche modo lei è ancora tra noi.

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