“#iorestoacasa”, “torneremo alla normalità”, “#andràtuttobene”.

Quante volte in questi due mesi, fino ad oggi, ci siamo sentiti ripetere a reti unificate queste frasi dalle Istituzioni e dall’informazione mainstream? E, diciamoci la verità, quanto siamo giustamente impazienti di uscire (o restare a casa) liberamente e in sicurezza?

Questa subdola pandemia da “Corona Virus” è riuscita a mettere a dura prova la nostra salute fisica e mentale, le nostre relazioni sociali, le nostre stesse vite nella loro complessità quotidiana. Ci ha messo davanti le immagini strazianti di persone morte da sole in un letto, senza la famiglia accanto.    

Costringendoci a casa, ci ha pure costretto a fare i conti con noi stessi, ad avere molto tempo per riflettere, spero anche a livello di comunità.  

A tal proposito mi chiedo quindi se questa non sia per tutti noi una grande occasione per uscire dagli individualismi, pensando in senso più ampio al mondo di cui facciamo parte e al nostro piccolo ma fondamentale ruolo in esso.  

Mi chiedo soprattutto se quella che noi fino ad oggi abbiamo chiamato “normalità” non sia altro che la inconscia ed impotente accettazione dello stato di cose esistenti e quindi se tornare a quella “normalità” non sia l’obbiettivo più sbagliato da considerare, avendo come risultato quello di ritornare ad essere esattamente la società che eravamo con le stesse storture e vulnerabilità che ci hanno piegato di fronte al virus. 

Infatti, la tendenza, non so quanto voluta, è quella di raccontarci l’arrivo del Covid-19 quasi come un caso fortuito, come un nemico venuto dalla Cina dichiarando “guerra”, altro termine abusato, ad una società innocente.  

Seppur – lasciando stare stupidi complottismi che inquinano il dibattito e come unico risultato hanno quello di sbarrare la strada ad eventuali dibattiti seri sul tema – l’origine del virus sia effettivamente ancora non del tutto chiara, da tempo nella Comunità Scientifica si è aperta una discussione sulla connessione tra i modelli di produzione capitalista del bestiame, per intenderci le macro-fattorie, e la nascita esponenziale di virus zoonotici, cioè patologie che “saltano” dall’animale all’uomo.

Secondo alcuni studiosi, la necessità di spazi sempre crescenti da dedicare agli allevamenti industriali di bestiame e quindi la conseguente invasione degli habitat naturali della fauna selvatica, spesso sfociata nelle ormai tristemente note deforestazioni, avrebbe pericolosamente incrementato la possibilità di contatto tra la stessa fauna selvatica ed il bestiame ospite degli allevamenti, e quindi anche la trasmissione di malattie a noi ancora sconosciute.

Anche il nuovo modello di produzione agricola potrebbe aver avuto un ruolo fondamentale nell’amplificazione e mutazione dei patogeni.

Simili interrogativi si stanno ponendo pure a proposito dell’eccessivo inquinamento atmosferico, con ad esempio in Italia la curiosa coincidenza tra la maggiore diffusione e letalità del virus ed il livello di inquinamento dei territori, oltre al fattore anzianità e densità di popolazione.

Insomma, questi effetti sarebbero molto simili a quelli dell’urbanizzazione dell’uomo di qualche millennio fa, solo che qua abbiamo megalopoli di animali da macello tenuti in condizioni igienico-sanitarie incredibili al fine di soddisfare i bisogni di una popolazione mondiale crescente a ritmi insostenibili per le risorse disponibili, anche e soprattutto per la diseguale distribuzione delle stesse e le cattive abitudini della parte economicamente ricca della popolazione mondiale.   

Tutto questo per dire che se allargassimo le nostre vedute sarebbe ben chiaro come, ammesso che questo virus potrebbe essere effettivamente arrivato dal mercato di Wuhan per semplice scambio e consumo di animali selvatici, in futuro potrebbero arrivare altri virus e ben più pericolosi per i motivi di cui sopra, come d’altronde la storia epidemiologica degli ultimi anni ci ha spiegato.

Forse tutto quello che abbiamo considerato “normale”, ovvero la crescita senza sosta, la trasformazione di qualsiasi cosa – sia esso un oggetto, un animale, un bene comune o un rapporto umano – in merce da scambiare, consumare e buttare, era un enorme e pericoloso artificio.

Abbiamo dedicato parti importanti dei nostri bilanci per coprire faraoniche spese militari e farci trovare preparati a qualsiasi improbabile guerra, ma allo stesso tempo abbiamo tagliato i fondi alla sanità pubblica.

Come risultato paradossale abbiamo enormi risorse per proteggerci dalle bombe e non abbiamo avuto una riserva minima di mascherine e dispositivi di protezione per evitare di mandare i nostri medici e infermieri a lavorare a mani nude; questo a volte ci ha pure costretto verso altri Paesi ad umilianti elemosine, dato che alcune di queste in futuro si capirà poco avevano a che fare con la solidarietà, ma molto con la geopolitica.  

Chiudevamo le terapie intensive dei “carrozzoni” pubblici e sacrificavamo il filtro dei medici di base radicati nel territorio per affidarci a braccia aperte al profitto dell’efficiente sanità privata.

Adesso avviamo una necessaria fase 2, limitata alla ripresa della produzione, senza però avere una mappatura completa della diffusione del contagio per mancanza di tamponi e test sierologici (?), rischiando quindi di porre le basi per una nuova e gravosa fase 1; probabilmente anche per questo motivo nessuno si prende ancora la responsabilità di fare uscire da casa il singolo cittadino senza un giustificato motivo, dato che di fatto nessuno sa realmente quanti sono i positivi e come e dove sono distribuiti; non si può però pensare che queste lacune possano giustificare una costrizione domiciliare ad oltranza.   

Quindi, forse non dovremmo limitarci ad una visione emergenziale ed isolata del fatto, ma guardare tutto dentro un’ottica strutturale nella quale il Covid-19 può considerarsi solamente un “piccolo” avvertimento, una cartina tornasole del mondo che abbiamo costruito.   

Inoltre, la narrazione dell’emergenza e l’enfatizzazione della retorica nazionale, seppur abbiano contribuito positivamente alla responsabilizzazione dei cittadini ed al mantenimento di una seppur momentanea unità nazionale, hanno anche causato delle storture.

È così che, oltre ad alcuni veri e propri episodi di squadrismo, quando non fisico certamente verbale, c’è stata a volte una certa propensione alla stupida e pericolosa pratica della “caccia all’untore”, con le ormai famose scene di inseguimento in elicottero di runners soli e inermi date in pasto al pubblico rabbioso.   

Spesso nei momenti di emergenza la paura e l’incertezza spingono la popolazione ad accettare delle “eccezionalità” pur di ottenere una maggiore sicurezza vera o presunta, ma poi a lungo andare queste possono pericolosamente diventare “normalità”; a questo non dovremo cedere.

Inoltre, alla lunga queste enfatizzazioni potrebbero perdere i loro effetti anestetizzanti e distrattivi sulla rabbia di una popolazione sempre più incerta e impoverita; ben presto potrebbero emergere dei ri-sentimenti, resi ancora più feroci dalla difficile crisi economica che ci spetta da affrontare, specie se lo faremo appunto sotto l’ottica di un ritorno a quella terribile “normalità” dei sistemi capitalistici, in cui ogni nazione sfrutta cinicamente qualsiasi debolezza delle altre e alla fine delle crisi a pagare sono sempre gli ultimi.

Certo, ci sono Paesi che hanno affrontato meglio di altri la situazione, ma il quadro generale rimane lo stesso perché il sistema è lo stesso.  

Quindi, tirando le fila del discorso, forse ad averci dichiarato guerra non è stato il virus, ma noi stessi dal momento in cui abbiamo iniziato a credere che tutto questo fosse “normalità”.

Di Alberto Lucifora

FONTI

https://ilmanifesto.it/covid-19-non-torniamo-alla-normalita-la-normalita-e-il-problema/

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