12 Dicembre 1995, la ricordo bene quella notte.

Ricordo quel fastidioso rumore della pioggia che picchiava incessantemente la cappotta dell’auto. Già, fastidio e rumore, proprio quello che il lavoro di quei giorni stava provocando negli ambienti criminali della mia amata terra, fino ai più alti livelli.Un lavoro destinato ad interrompersi bruscamente proprio quella maledetta notte durante lo scroscio impetuoso della pioggia, l’ultimo ricordo insieme alla voce del mio collega che tenta invano di svegliarmi. Si, invano. Perché quella fu l’ultima mia notte, perché quel sonno fu il sonno più lungo, quello in cui troppi uomini dello Stato nel bel mezzo del loro lavoro sono caduti e mai più risvegliati. Smaltimento illegale di rifiuti pericolosi e radioattivi, misteriosi affondamenti di navi piene di non precisati carichi sospetti davanti alle coste del mio mare, oscuri intrecci tra faccendieri, servizi segreti deviati, enti governativi e criminalità organizzata. Di questo mi occupavo quell’inverno del ’95. Il mio rapporto con il mare è sempre stato forte, fin dagli inizi della mia carriera quando a poco più di vent’anni ero già in navigazione come ufficiale di coperta. Amo la mia terra ed il mio mare, è per questo che dal momento in cui mi affidarono questo incarico mi dedicai giorno e notte alle indagini. Non potevo sopportare l’idea che i miei figli un giorno avrebbero vissuto in un cumulo di merda focolaio di morte, così come i primi inquietanti indizi lasciavano pensare. Nonostante fosse chiaro fin dall’inizio in quali maglie intrecciate e pericolose eravamo finiti, l’entusiasmo e l’ottimo lavoro di squadra non ci ha distolto nemmeno per un attimo l’attenzione dalle indagini, e così in poco tempo io ed il mio pool siamo riusciti a raggiungere risultati incredibili. Tutti sappiamo come va a finire quando si arriva lì dove nessuno ha mai osato mettere piede, è per questo che sapevo di avere poco tempo, che ogni giorno era prezioso. Studio, interrogo, disegno rotte e scavo in fondo senza sosta. Già, perché per trovare quelle maledette navi bisogna andare veramente molto a fondo, in tutti in sensi. Ma alla fine qualcosa la trovo, qualcosa di veramente interessante. Chiedo quindi di essere immediatamente mandato in missione a La Spezia, dove sembra sia custodito uno dei bandoli della matassa. Non ne parlo con nessuno, si sa come vanno queste cose e non posso rischiare di vanificare il lavoro di mesi e mesi. Vado in compagnia di due colleghi del pool investigativo. Da troppo tempo sentiamo addosso un’aria pesante, quindi è preferibile adottare le precauzioni opportune.  Viaggiamo a bordo di una Fiat Tipo con targa di copertura. Un viaggio tranquillo, niente di rilevante. Due o tre soste, giusto il tempo di una pisciata e un pacco di sigarette per la notte. Verso la sera una breve sosta per la cena presso un piccolo ristorante abbastanza internato e tranquillo, poi si riparte alla volta di La Spezia. E qui mi ritorna in mente quell’incessante rumore della pioggia, quella strana ed improvvisa sonnolenza, il sudore freddo lungo la schiena, la voce del mio collega, l’odore dell’asfalto bagnato… e poi niente più. Arresto cardio-circolatorio, dicono. Una bella medaglia d’oro alla Memoria, e l’eroe è fatto.

Sono il Capitano Natale De Grazia, uomo dello Stato morto di lavoro alle prime ore del 13 Dicembre 1995, a soli trentanove anni.

Una delle tante vite a perdere di questo Paese, da sempre riluttante alla verità.

Alberto Lucifora

https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/698102.pdf

http://www.comitatodegrazia.org/Blog/natale-de-grazia

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